Caspar David Friedrich - Il viandante sul mare di nebbia

Caspar David Friedrich – Il viandante sul mare di nebbia

L’espressione “umanizzazione della medicina” è ormai d’uso corrente, utilizzata come chiave d’accesso alla questione della criticità, avvertita con urgenza crescente, del rapporto tra atto medico e sua ricezione sociale, al centro di progetti di studio, conferenze, manifesti di movimenti d’opinione e piani d’azione. Dire “umanizzazione della medicina” significa chiamare in gioco una serie piuttosto ampia ed articolata di questioni, poste spesso su diversi piani semantici e non sempre trattate in maniera adeguata: il problema della tecnica e del suo sviluppo, la questione dell’eticità dell’atto medico, il plesso spinoso delle ricadute che l’affermarsi di nuovi orizzonti etici e giuridici hanno sul rapporto medico-paziente e, non da ultimo, la questione antropologica tout court.

Occorre innanzitutto, per delimitare il campo, definire i tratti di un plesso complicato e spesso foriero di fraintendimenti in capo alla questione dell’umanizzazione della medicina: il rapporto con la bioetica. Al giorno d’oggi parlare di umanizzazione della medicina significa spesso evocare le spinose questioni della bioetica, come se i due termini definissero due approcci diversi, per quanto correlativi, ad uno stesso piano teoretico, quando invece si tratta di due orizzonti non completamente sovrapponibili. Se infatti la bioetica intende definire i limiti etici dell’atto bio-scientifico, con ciò assumendo una dimensione fondamentalmente normativa, l’umanizzazione intende invece analizzare i nodi critici dell’atto medico secondo un approccio multidisciplinare, teso a fornire strumenti teorici e pratici utili a favorire un’armonizzazione sempre maggiore tra l’impetuoso sviluppo della tecnica medica e le esigenze di “umanità” del sofferente.

L’umanizzazione della medicina pone certamente al centro del suo interesse la dimensione dell’ethos, ma questa non ne esaurisce il campo né è intesa in senso squisitamente normativo o deontologico: la riflessione etica è, nel seno dell’umanizzazione della medicina, il primo correlato – ma non l’unico – della riflessione antropologica; perciò in essa vengono considerevolmente stemperati i presupposti ideologici che spesso gravano sull’approccio della bioetica. Con ciò non s’intende proporre una dicotomia dialettica tra umanizzazione della medicina e bioetica, semplicemente pare opportuno sottolineare come questi due termini, che spesso paiono delimitare il medesimo campo d’azione, siano in realtà da distinguere in sede analitica: l’umanizzazione costituisce un orizzonte teorico di studio ed un insieme di prassi che certamente include il dibattito bioetico, ma non ne viene esaurito.

Ciò detto, è opportuno rilevare come, a fronte di questa definizione condivisa del termine, permanga un’ambiguità d’uso di cui occorre dare ragione, poiché affonda le sue radici nella struttura stessa del problema. E’ un dato di fatto che oggi si avverta in maniera crescente l’urgenza di “umanizzare” la medicina, la quantità di iniziative legate a questo tema intercettano una sensibilità fortemente presente nelle società occidentali, tanto che rilevare questa esigenza sociale significa quasi porsi sul piano dell’ovvietà. E’ tuttavia utile proprio problematizzare quest’ovvietà, domandarsi insomma le ragioni di questo bisogno, che in sé postulerebbe una certa disumanità nelle pratiche mediche odierne, perché un’analisi di questo “dato di fatto” rivela le radici di quell’ambiguità che ancora permane in capo alla questione in oggetto.

Ora, la prima grande questione sollevata in tutti gli approcci teorici al tema dell’umanizzazione della medicina è certamente quella della tecnica, ovvero i grandi progressi tecnici delle scienze biomediche importerebbero, più o meno necessariamente, un problema di allontanamento di queste tecniche dai bisogni più propriamente umani del sofferente, o forse semplicemente concorrerebbero, attraverso l’affermarsi di procedure più standardizzate, a distogliere l’attenzione degli operatori sanitari dalla specificità individuale dell’uomo malato, rendendo perciò necessario un ripensamento dei rapporti nei termini dell’umanizzazione. Si tratterebbe insomma di un approccio sempre più attento alla malattia e sempre meno al malato. Il contesto teorico stesso dell’umanizzazione della medicina emerge, non a caso, proprio dalle grandi discussioni novecentesche sul tema generale del primato della tecnica e delle sue ricadute sul piano etico. Ciò tuttavia ha contribuito in via primaria all’ambiguità di fondo che pare gravare sull’espressione in esame, poiché se è vero che il progresso impetuoso della tecnica impone all’uomo un riposizionamento continuo e radicale del suo stesso concetto, è pur vero che essa svolge, nondimeno, un ruolo fondamentale anche a vantaggio dell’umanizzazione della medicina in senso lato, sicché è giudizio condiviso che, per esempio, l’invenzione dell’anestesia abbia costituito un significativo progresso sulla strada dell’umanizzazione delle pratiche chirurgiche. Ciò ingenera un certo qual cortocircuito nell’espressione stessa, giustificando usi non sempre univoci di parole che sottendono problematiche complesse.

Al di là delle questioni linguistiche, la questione della tecnica è davvero rilevante non perché importi una necessaria disumanizzazione delle pratiche mediche, talché umanizzare la medicina significherebbe richiamarsi a consuetudini pre-scientifiche, ma perché induce ad un ripensamento radicale di alcuni concetti fondamentali dell’esistenza. Inoltre questa comporta una sempre maggiore specializzazione delle professioni mediche, il che di per sé rende più complesso l’approccio olistico da molti teorizzato come l’orizzonte ideale per un rapporto “umano” ed etico tra medico e paziente. L’esigenza di umanizzazione della medicina è vista, rispetto a questi problemi, come stimolo ad una nuova riflessione etica ed antropologica che rimetta al centro dell’atto medico la persona umana nella sua integralità, temperando la tendenza riduzionista imposta dal progresso della tecnica, tendenza che induce l’atto medico ad appiattirsi monisticamente sulla dimensione fisiologica. Dunque l’esigenza così fortemente avvertita di umanizzare la medicina origina da una considerazione problematica e disincantata del progresso tecnico in medicina e del rapporto di questo con la dimensione fortemente etica che da sempre caratterizza, per ovvi motivi, questa scienza.

La questione della tecnica, pure così rilevante e centrale per la genesi di un bisogno socialmente avvertito, non esaurisce tuttavia il terreno su cui essa poggia. Lo spazio teorico dell’umanizzazione della medicina affonda le radici, accanto alla questione epocale della tecnica, anche in motivi di carattere etico-politico. La deontologia medica classica, di matrice ippocratica, incardinata quasi esclusivamente sul principio della beneficenza, ovvero su un rapporto medico-paziente decisamente sbilanciato sul polo della competenza medica, entra in crisi quando s’impone nell’etica pubblica il principio liberale dell’autonomia dell’individuo; da alcuni decenni questo principio è parte integrante della struttura dei codici deontologici delle professioni mediche di quasi tutte le nazioni.

L’incontro tra i principi etici della beneficenza e dell’autonomia introduce un elemento di forte problematicità sul terreno stesso del rapporto tra medico e paziente, il plesso primario di cui si occupano tutti i progetti che intendono umanizzare la medicina. Se infatti i progressi della tecnica accrescono il gap tra il medico – portatore di competenze sempre più complesse e specialistiche – e il paziente, l’opinione pubblica scorge in questo gap il rischio di un paternalismo tecnocratico. Perciò molti progetti di umanizzazione si rivolgono in particolar modo al tema della comunicazione tra operatore sanitario e paziente, riconosciuto come il campo più evidente e sensibile in cui emerge e si palesa la problematicità etica dell’atto medico moderno. L’odierna esigenza di umanizzazione della medicina poggia dunque su due fondamentali pilastri, da un lato il progresso tecnico – le nuove potenzialità che questo consente e il riposizionamento dello status stesso delle professioni mediche –, dall’altro lato l’evoluzione politica e culturale. Di più: l’incontro di questi motivi introduce un mutamento qualitativo ed un orizzonte del tutto nuovo rispetto ai temi classici dell’umanizzazione. Infatti la riflessione della medicina circa l’eticità (ossia le buone prassi) dei trattamenti è cosa antica, ma il nuovo contesto introduce la necessità di un allargamento tematico dell’umanizzazione, che esce dallo spazio della medicina considerata iuxta propria principia e viene ad essere un campo di riflessione necessariamente multidisciplinare, con tutte le potenzialità ed i rischi che questo comporta.

Si dà dunque ragione a quella complessità di cui si diceva, così facilmente rilevabile, che rende arduo il compito di definire in modo univoco l’umanizzazione della medicina, perché con questa espressione viene inteso un campo di applicazione teorica e pratica, ma non un tipo di approccio univoco. Il fatto è che l’umanizzazione della medicina si presenta come un campo d’avanguardia rispetto ad un orizzonte problematico più ampio: il dibattito sul problema dell’uomo che si è aperto con la rivoluzione industriale e scientifica e che ha messo in crisi i paradigmi antropologico-culturali tradizionali. E’ infatti la medicina il campo più sensibile in cui la tecnica – intesa come orizzonte principale del moderno – incontra l’uomo, entra nei gangli più vivi e complessi della sua autocomprensione (la vita, la sofferenza, la malattia) e, con maggiore radicalità, induce l’uomo al ripensamento di se stesso in rapporto alle conquiste del progresso, alle opportunità ed ai rischi che questo propone.

L’umanizzazione della medicina può dunque essere intesa come una declinazione (plurale) del tema antropologico in un campo d’azione altamente paradigmatico, in cui le scienze della natura e quelle dell’uomo vengono in contatto e trovano lo spazio per una collaborazione sinergica e non soltanto teorica. A tal fine si rende necessario un lavoro continuo di elaborazione teorica e l’attivazione di iniziative atte alla costruzione di una rete tra operatori ed enti che si occupano di pratiche dell’umanizzazione delle cure. Con ciò la Scuola di Umanizzazione, attraverso gli eventi organizzati e le iniziative promosse – in primis il Premio per l’Umanizzazione della Medicina Tiziano Terzani – , intende muoversi su tre direttrici primarie:

– Ricerca ed elaborazione teorica.

– Promozione di iniziative atte a rinsaldare la rete dei rapporti tra chi in Italia si occupa fattivamente di umanizzazione della medicina.

– Organizzazione di eventi di informazione/formazione rivolti alla cittadinanza.